Alberto Simonelli è uno dei grandi protagonisti del tiro con l’arco paralimpico azzurro, ed è diventato determinante anche tra i normodotati: Rolly ha rilasciato un’interessante intervista ai microfoni di ”Azzurri di Gloria”, ecco le sue parole!

Alberto Simonelli

ALBERTO SIMONELLI INTERVIENE AI MICROFONI DI ”AZZURRI DI GLORIA”

È uno degli assoluti punti di forza della nazionale paralimpica, una leggenda del tiro con l’arco: Alberto ”Rolly” Simonelli, arciere bergamasco di 50 anni, ha scoperto e iniziato a praticare l’arco paralimpico dopo essere stato colpito da un’ischemia midollare nel 1993, la malattia che l’ha costretto sulla sedia a rotelle. Da lì è iniziata un’epopea fatta di medaglie europee e mondiali, record del mondo e successi olimpici, che l’ha portato a conquistare l’argento paralimpico nell’arco compound a Pechino 2008 e Rio 2016: ma il sogno di Rolly Simonelli non è finito qui, e l’arciere azzurro ha ottenuto la soddisfazione di gareggiare e vincere medaglie tra i normodotati, conquistando l’argento nei recenti Mondiali di Città del Messico. Ai nostri microfoni Alberto Simonelli ha raccontato i suoi esordi, le sue prospettive future e alcuni momenti chiave della sua carriera, ed ecco le sue parole ad ”Azzurri di Gloria”.

GLI ESORDI E LE MEDAGLIE PARALIMPICHE: LA CARRIERA DI ALBERTO SIMONELLI

Ciao Alberto, partiamo innanzitutto dalla nascita della tua carriera sportiva: perchè hai scelto proprio il tiro con l’arco?

”Stiamo parlando di una scelta avvenuta 24 anni fa in ospedale, in quel reparto nel quale vieni aiutato a rimetterti in sesto e devi imparare a muoverti in carrozzina, vestirti e lavarti in questa nuova condizione fisica. Al mattino si faceva questo, mentre nel pomeriggio c’era la sport-terapia che comprendeva tennis, basket, ping pong, arco ecc: mi ha attirato subito il tiro con l’arco, perchè è una disciplina che mi piaceva e mi affascinava sin da quando era bambino. Da qui e dalla ”sfiga” della carrozzina è nata la mia avventura col tiro con l’arco, l’ho provato, mi è piaciuto ed è diventato la mia vita: ho iniziato con la riabilitazione e non ho più smesso”.

Era una disciplina che avevi già provato prima di quell’ischemia midollare che ti ha costretto sulla sedia a rotelle, oppure è stato un amore a prima vista?

Non avevo mai provato prima della malattia. Quando ero in piedi facevo mountain bike a livello amatoriale, nient’altro”.

Raccontaci un po’ gli inizi della tua carriera con la nazionale di tiro con l’arco paralimpico: nel giro di pochissimi anni sei arrivato subito ad ottenere record e successi…

”Mi sono ammalato nel 1993, e il 5 maggio 1995 ho fatto la mia prima gara, che ho anche vinto tra l’altro (ride, ndr). Io sono uno che se vuol fare, fa: non mi metto lì a dire ”provo” o a effettuare mille tentativi poco seri. Vi racconto un aneddoto, qualche tempo fa mi ero messo a gareggiare con la pistola ad aria compressa per aumentare la concentrazione e la mira, l’ho fatta per 5 anni con ottimi risultati e mi avevano chiesto di continuare a praticare quella disciplina, ma proseguire con la doppia disciplina mi avrebbe portato a un grande dispendio di tempo e denaro: a quel punto ho deciso di abbandonare la pistola e dedicarmi solo all’arco, anche se nel tiro a segno stavo andando e bene, e la pistola è ancora lì a casa!”.

Tu gareggi nell’arco compound, che ha debuttato alle Paralimpiadi a Pechino 2008 (dove Rolly ha conquistato l’argento): quali emozioni hai provato durante i tuoi primi Giochi?

”Si parlava già di inserire il compound alle Paralimpiadi, sapevo di essere il più forte arciere italiano nella disciplina e dunque avevo grandi stimoli per quella Paralimpiade: volevo capire la mia forza e aumentare l’allenamento per arrivare a quell’appuntamento in grande forma. Ho lavorato sodo, mostrando a tutti che volevo arrivare a Pechino, e ai Mondiali che valevano come qualificazione per i Giochi paralimpici ho vinto l’oro con tanto di record del mondo, staccando il biglietto per Pechino. Ero molto emozionato per la partecipazione alle Paralimpiadi, poi quando arrivi lì ti accorgi che è tutto un altro mondo: Mondiali ed Europei ti scatenano grandi emozioni e timore nei confronti degli avversari, i Giochi sono qualcosa di diverso. L’ho presa quasi come una ”gara della domenica”, la mia emozione principale era l’arrivo a Pechino, poi ho deciso di non pensare neanche più di tanto all’ambiente circostante e l’ho trattata come una gara normale: ho fatto la mia qualifica tranquilla, non ho subito la pressione e sono tornato a casa con l’argento”.

Anche a Rio 2016 hai portato a casa una strepitosa medaglie d’argento dopo una grande prestazione in cui sembravi senza dubbio l’arciere più forte: c’è un po’ di rammarico per aver mancato l’oro?

”Sicuramente chi va all’Olimpiade punta sempre al bersaglio grosso, e ti dirò che a Rio, che è stata la mia terza Paralimpiade e veniva dopo l’incidente di Londra 2012 (Alberto si ribaltò con la carrozzina mentre sistemava l’arco, finendo in ospedale perchè era stato privo di conoscenza per 45′: chiuse comunque 5°), avevo l’obiettivo di vincere una medaglia. Sono arrivato lì con l’obiettivo di arrivare sul podio, poi nella qualifica mi si è rotto l’arco da gara e ho continuato con quello di scorta, che è stato quello che mi ha portato alla medaglia. Ero 13°-14° dopo la quinta volée, ho tirato fuori i denti e le palle, cominciando a tirare con grande precisione e arrivando a giocarmi il podio: ho tirato ”forte” col cinese, che non avevo mai visto, battendolo e andando in finale. Con Shelby, invece, eravamo praticamente alla pari ed ero consapevole che era un 1vs1 nel quale si poteva vincere anche per un punto: infatti è andata proprio così (ride, ndr), ma sono comunque soddisfatto perchè so di aver tirato fuori tutto. È stata un’esperienza che mi ha consentito sia di arrivare a una medaglia, sia di tirare fuori le abilità e le conoscenze che avevo accumulato nell’arco della mia carriera, e che fino a quel momento non sai neanche di avere: ora sto lavorando intensamente per mantenere il posto nella nazionale normodotati, ho vinto una gara di selezione domenica e partirò dal 12 al 19 febbraio a Yankton (USA) per i campionati del mondo (indoor) normodotati. Quell’esperienza mi è servita per arrivare al top, e andare a gareggiare coi normodotati mi sta facendo crescere ulteriormente”.

LE GARE COI NORMODOTATI E IL BRONZO MONDIALE: IL ”NUOVO” ALBERTO SIMONELLI

Che sensazioni si provano a gareggiare tra i normodotati (Alberto ha conquistato dei podi anche in CdM, con l’argento di Salt Lake City, ndr) e conquistare un argento mondiale? È senza dubbio un riconoscimento alla carriera…

”La prima chiamata tra i normodotati sicuramente mi ha fatto provare una grande emozione, poi le altre gare le ho vissute in maniera normale, come se fossero semplici prove in un contesto più ampio: sai cosa devi dimostrare sul campo, sai di dover dare tutto e mettere in mostra le tue qualità. Sono gare come le altre, alla fine”.

C’è rammarico dato che, al momento, l’arco compound non è stato inserito nelle Olimpiadi dei normodotati?

”C’è tanto rammarico, e per fortuna nell’arco paralimpico non c’è questa distinzione tra arco ricurvo e compound. Nel 2024 potrebbe essere inserito il compound nelle Olimpiadi, forse a livello dimostrativo: onestamente non so se ci arriverò (ride, ndr). A Tokyo 2020 ci sarò sicuramente e credo che sia la mia ultima manche per centrare una medaglia paralimpica, poi si vedrà: non sono abituato a fare pronostici, lavoro giorno per giorno per fare sempre meglio e non penso ad altro. Ho imparato a vivere alla giornata, perchè se fai dei programmi e prendi le batoste, subisci un forte contraccolpo psicologico e finisci col peggiorare continuamente”.

Qual è il segreto del movimento del tiro con l’arco paralimpico? C’è sempre un grande ricambio generazionale, otteniamo risultati costanti e abbiamo una grande Nazionale…

”La nazionale paralimpica ottiene grandi risultati, ma ci sono dei momenti in cui la gestione non mi convince. Diciamo che mi sento più realizzato come atleta e trovo più benefici e una vita diversa tra i normodotati: nella nazionale paralimpica a volte ti senti ”obbligato” e senti maggiormente la tua disabilità, tra i normodotati hai più libertà nella gestione e ti senti più atleta. Dopo 24 anni di carriera e due medaglie olimpiche penso di potermi gestire tranquillamente e non dover sottostare a molti divieti, ma soprattutto mi piacerebbe ricevere maggiori riconoscimenti per la mia carriera: c’è stato un episodio che mi ha lasciato perplesso, l’assegnazione di un Collare d’oro (premio alla carriera) a un atleta relativamente ”giovane”, che aveva vinto un oro nel Mixed Team ai suoi primi mondiali. Io mi danno l’anima per il tiro con l’arco perchè mi piace, perchè voglio portare avanti il movimento paralimpico e perchè voglio dimostrare (e Rolly ci è riuscito, centrando il bronzo iridato) che un atleta in carrozzina può gareggiare tra i normodotati, ma vorrei anche ottenere qualche riconoscimento e non vedere assegnare un Collare d’oro in quel modo. Mi sono lamentato di quella scelta, anche perchè ho alle spalle 82 titoli italiani, svariati record nazionali, europei e mondiali, tante medaglie e due argenti olimpici: non mi è piaciuto essere scavalcato così”.

Chiudo con una curiosità: perchè ti chiamano Rolly? Da dove nasce il tuo soprannome?

”Mi chiamano Rolly da quando avevo 8 anni, ora ne ho 50 e devo dire che mi piace (ride, ndr): non so neanche perchè, è un nome strano che è saltato fuori in quella che è l’età dei soprannomi. Quando sei bambino magari ti chiamano ”ciccione” o altre cose, io sono diventato Rolly: mi è piaciuto e ormai quando vanno in giro non mi presento neanche più come Simonelli o come Alberto, ma come Alberto Rolly Simonelli. Ormai fa parte del mio nome”.

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Marco Corradi
30 anni, un tesserino da pubblicista e una laurea specialistica in Lettere Moderne. Il calcio è la mia malattia, gli altri sport una passione che ho deciso di coltivare diventando uno degli Azzurri di Gloria. Attualmente collaboro anche con AgentiAnonimi.com, sito partner di Eurosport Italia

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