Il 26 luglio 1980, alla sua terza Olimpiade, Sara Simeoni espugnava Mosca. Saltando più alto di tutti, la ragazza di Rivoli Veronese diventava la seconda donna italiana a vincere una prova olimpica nell’atletica. Lo faceva dopo Ondina Valla, oro olimpico negli 80 metri ostacoli alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Sara trionfava alle Olimpiadi boicottate dagli Stati Uniti (in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan) e a cui l’Italia non avrebbe dovuto partecipare, in quanto Paese firmatario del Patto Atlantico. Salvo poi aver fatto ricorso all’escatomage che permise allo stesso Mennea di parteciparvi: agli atleti italiani che non appartenevano ad alcun corpo militare fu permesso di partire per Mosca.
Rileggiamo il successo di Sara sfogliando La vita e altri giochi di squadra (2010), una raccolta degli scritti principali di Candido Cannavò, ex-direttore de La Gazzetta dello Sport scomparso nel 2009, che ha assistito a quella storica giornata di quasi ventisei anni fa.
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“Sono tre Olimpiadi che la vedo saltare: sesta a Monaco, quand’era un’esile ragazzina di diciannove anni, seconda a Montreal all’ombra di Rosemarie Ackermann, la grande signora delle pedane. E adesso è ancora idealmente là, singhiozzando, stupenda e felice, sul podio di Mosca olimpica. È la donna italiana più nota del mondo e vi è diventata saltando più alto di tutte, con una tempra atletica dolcificata da grazia latina. Ha vinto nello sport e nella vita. Prima di arrivare all’oro di Mosca aveva conquistato quello europeo di Praga e aveva visto anche il mondo inchinarsi al suo record stratosferico: 2,01, chissà quale tipo di valchiria ci arriverà mai.”
Ma Sara Simeoni non ha vinto da sola: “Si accompagna – da atleta e da donna – a un uomo che l’aiuta a inventare salti prodigiosi con la perizia dell’ex saltatore e del tecnico che ha praticato la specialità e l’ha esplorata quasi scientificamente, ma che la tiene teneramente per mano, senza mai entrare nella parte del principe consorte. Sara Simeoni e Erminio Azzarro: ogni volta vincono in due, lei in pedana, lui sulla tribuna più vicina. Si cercano con lo sguardo, si fanno segnali misteriosi creando un filo d’intimità in stadi da 100.000 spettatori. Che si amino è certo, che si sposino non ha importanza: può interessare solo chi pensa a quale saltatore o saltatrice ne verrebbe fuori…”
A Mosca Sara ha saltato più in alto di tutti, sospinta soprattutto dalle sue origini: “Questo prodigio di donna normale in tutto […] viene fuori dalla più tranquilla e tradizionale borghesia veneta. Il padre porta ancora il pizzetto, la madre indossa lo spolverino, la domenica tutti a messa alla stessa ora. Verona è una città stupenda, ma il fatto che alla sua periferia sia nata Sara, l’arricchisce di un’altra bellezza, attorno al pluralismo gotico di San Zeno e alle sinuose sponde dell’Adige.”
Tra la Simeoni e il grande sogno c’era soltanto la Ackermann, la rivale numero uno: “Da anni lei e la Rosemarie germanica si fanno la guerra sotto un’asticella, spietate in gara, correttissime nei loro rapporti, un record dopo l’altro, una supremazia che pareva impossibile da bissare, un’amicizia solida ma senza concessioni retoriche. Ne è nata una trama che ha appassionato il mondo, ha creato in Europa le “simeoniste” e le “ackermaniste”, ha promosso copertine sui grandi settimanali d’America, film didattici giapponesi ed è sbarcata perfino in Cina dove la Sara è andata a saltare per diletto e i cinesi l’hanno mostrata al popolo come l’esempio massimo di una donna nello sport. E adesso, forse, siamo all’epilogo: la Sara va sul podio con l’oro e tutti i record possibili, la Rosemarie sfuma in una gloriosa dissolvenza. A 1,94 si è arresa, sempre regale anche nella sua mortificazione.”
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Successo ottenuto, è tempo di bilanci: “Si discute ora non tanto per stabilire se la Simeoni sia la più grande atleta italiana di ogni tempo […] ma persino per indagare se nella storia dello sport mondiale ci sia stata una che la superi, in grazia, longevità e bravura. Vengono fuori i nomi della Blankers Koen, della Rudolph e della Szewinska: ma nessuna di esse somma il “tutto” che è contenuto nella lunga carriera della nostra Sara, che ha la logica della conquista passo dopo passo, senza limiti, senza sbruffonerie, senza impazienze e senza cedimenti, lungo i sentieri di un favoloso decennio sportivo che ha avuto qui a Mosca, alle 19,39 di un sabato spazzato dal vento, la sua consacrazione.”
Continuare o smettere: questo è il problema. “Sara adesso avrebbe voglia di fuggire con la sua medaglia al collo e con i suoi record per non guastare l’ultima immagine, per scoprire un’atletica meno carica di tensione, forse anche per sposarsi. Ci ha dato tutto, ci ha fatto vivere giornate indimenticabili, brividi che non si cancellano, il gusto di gioiose commozioni con qualche lacrima priva di vergogna. Non possiamo chiederle più nulla.”
La Simeoni si chiese un’altra Olimpiade: a Los Angeles 1984 arrivò un argento. A quei Giochi aveva fatto anche da alfiere durante la cerimonia d’apertura: era già Storia.
“Spasiba Simeoni”. Grazie Sara.

Simone Lo Giudice
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