Pietro Ruta, da molti anni membro delle Fiamme Oro di Sabaudia, della Nazionale Italiana Canottaggio e uno degli atleti italiani ad aver già ottenuto il pass per le prossime Olimpiadi, parla del periodo di stop appena passato e del rinvio di Tokyo 2020.

Pietro Ruta e Stefano Oppo con la medaglia d’oro vinta ai Giochi del Mediterraneo in Spagna
FONTE: corrieredicomo.it

Pietro Ruta: “Non rimpiango nulla del mio passato”

Partiamo dal principio di tutto, coma ha iniziato a fare canottaggio?

Ho iniziato a 12 anni, tramite amici di famiglia. È stata mia mamma a invogliarmi a fare canottaggio, ho iniziato alla Canottieri Menaggio, vicino a casa mia sul Lago di Como. Col passare del tempo si è creato un gruppo di amici, con cui ho uno stretto legame che dura tuttora. La Canottieri Menaggio è stata per me una seconda casa, è con i loro colori che ho fatto i miei primi risultati importanti a livello internazionale.

Ha alle sue spalle una lunga carriera, c’è qualcosa che in passato cambierebbe se potesse tornare indietro?

Se devo essere sincero no, quello che ho fatto l’ho fatto sempre perché ho voluto farlo. Mi sono sempre divertito e quando ho voluto impegnarmi seriamente l’ho fatto, quindi non ho rimpianti, rifarei tutto.

Siamo curiosi di sapere come ha affrontato la quarantena, in che modo un atleta del suo calibro cerca di mantenere la forma?

Mi sono imposto delle regole, la mia giornata iniziava alle 7:00 del mattino, dopo la colazione e un po’ di lettura iniziavo il mio allenamento al vogatore, col remoergometro, e nel pomeriggio, secondo il programma fatto col mio allenatore delle Fiamme Oro, un po’ di pesi o cyclette. Mi sono impegnato nell’allenamento per far passare al meglio la giornata. Diciamo che ho cercato di superare in modo tranquillo la quarantena.

Importantissimo quindi l’aiuto delle Fiamme Oro

Assolutamente, voglio ringraziare il gruppo delle Fiamme Oro di Sabaudia, che mi sostiene con gli allenamenti e mi permette di avere sempre un’ottima preparazione fisica e psicologica.

Ha conquistato il pass olimpico nel doppio pesi leggeri maschile insieme al suo collega Stefano Oppo, quanto è importante, in questo sport, l’affinità di coppia o di gruppo?

È molto importante, io e Stefano siamo due generazioni diverse, lui ha 25 anni, io sono un po’ più grande, però ci troviamo bene e abbiamo un ottimo feeling in barca. A volte il segreto è staccare un po’, quindi quando terminiamo l’allenamento prendiamo strade diverse, poi quando siamo in barca lavoriamo bene insieme, e cerchiamo l’intesa migliore. Il segreto per lavorare bene in gruppo è sicuramente non frequentare sempre le stesse persone.

Il rinvio delle Olimpiadi avrà inizialmente destabilizzato un po’ la situazione, ora che siamo in fase di ripresa e che il peggio sembra essere passato, come giudica questa decisione? Può essere vista anche come un’opportunità per prepararsi meglio?

È una decisione responsabile, hanno fatto bene perché è un virus che si conosce poco e non si sa bene come gestirlo. Lo spirito olimpico non deve essere limitato da altri pensieri, come la paura di contagiarsi o il terrore di vivere lo spirito olimpico. Il bello delle olimpiadi è il ritrovarsi tutti insieme all’interno del villaggio olimpico, una cosa che si sarebbe di certo persa in caso di mancato rinvio. All’inizio l’ho presa con filosofia, è vero che un po’ di rabbia c’è stata, ma bisogna guardare avanti e sicuramente questa è un’opportunità per dedicare più tempo alla preparazione.

Scaramanzia a parte, quanto si sente pronto per Tokyo 2020?

I risultati che abbiamo fatto in questi anni sono una buona motivazione, io e il mio compagno di barca abbiamo voglia di dimostrare il nostro valore alle Olimpiadi, quindi siamo molto motivarti per cercare di fare il miglior risultato possibile.

Quali saranno, secondo lei, gli avversari più ostici?

Sono due anni di fila che veniamo superati dall’Irlanda, anche la Germania ha due vogatori molto validi, tra cui uno che ha fatto il record del mondo in singolo pesi leggeri, ma non è da sottovalutare nessuno. Devo dire che anche la Norvegia e la Polonia sono nazioni che nascondono sempre qualche sorpresa, e ogni anno tirano fuori qualcosa che gli anni prima non avevano. Bisogna sempre aspettarsi qualche novità, non bisogna mai sottovalutare nessuno, si arriva sempre con un occhio di riguardo verso tutti.

Qual è stata in questi anni l’esperienza più bella e che ricorda con maggior emozione?

Sicuramente la prima medaglia internazionale che abbiamo preso io e Stefano, siamo arrivati terzi, io venivo da un quadriennio in cui avevo collezionato una serie di quarti posti. Lo ricordo bene quell’Europeo perché abbiamo fatto una gara tiratissima in quattro barche e siamo arrivati in meno di un secondo, avevo ancora addosso un po’ il timore per paura di arrivare ancora quarto, e invece abbiamo visto il tabellone con scritto che eravamo arrivati terzi, vicinissimi ai primi e ai secondi come tempo di gara, con mezzo secondo ai quarti, è stata una bella emozione.

In conclusione, lei è un atleta plurimedagliato con tanta esperienza, dopo questi anni, cosa le ha insegnato il canottaggio come sport e come stile di vita?

Il canottaggio mi ha insegnato che nella vita non bisogna mai mollare, anche quando arrivano le difficoltà bisogna insistere e trovare una soluzione al problema. Per me è una palestra di vita, non solo ad alti livelli, ma anche per chi inizia a praticarlo da piccolo o da adolescente. In questa disciplina, anche se non arrivi al livello agonistico, ti insegna a lavorare, ad avere costanza, ad essere preciso, ad avere rispetto per gli avversari, per i luoghi e per le persone. E’ una palestra di vita a prescindere da quando lo si inizi a praticare.



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