Cesare Pisoni celebra l’oro della Moioli e demonizza la visione estrema dello snowboard americano. Le sue dichiarazioni dopo la finale.

Tanta soddisfazione nelle parole di Cesare Pisoni per il primo oro nello snowboard cross, conquistato da Michela Moioli. Ma anche tanta amarezza per la cultura americana che avrebbe trasformato questa disciplina in “uno sport da scavezzacollo”. Ecco le dichiarazioni del direttore tecnico raccolte dal nostro inviato a Pyeongchang 2018 Luca Lovelli.

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Cesare Pisoni, direttore tecnico della squadra italiana di snowboard

OLIMPIADI INVERNALI 2018, DALL’ORO DELLA MOIOLI AGLI AMERICANI TROPPO ESTREMI: L’ANALISI DI CESARE PISONI

Cesare Pisoni, come si tira fuori un oro olimpico da venti persone che fanno snowboard in Italia?
Michela è il frutto del lavoro dei nostri snowboard lab, e proprio grazie a questo lavoro siamo riusciti comunque a creare un bel gruppo. Poi è logico che una come Michela nasce una volta ogni vent’anni, ha una determinazione incredibile. Oggi ha fatto la storia di questo sport a tutti i livelli: è la prima volta che si vince un oro ed è la prima volta che si vince una medaglia nello snowboard cross. Sono quattro anni, da quando ha avuto l’infortunio, che ha iniziato a lavorare con questo obiettivo e ha lavorato molto duramente, facendo un sacco di sacrifici. E questi sono i risultati. Ha praticamente vinto tutte le run, è riuscita a essere estremamente solida su una pista che non era la nostra pista, perché ieri nella gara maschile undici atleti sono finiti in ospedale – e questo non è bello per lo sport. Ci siamo impuntati con la giuria, siamo riusciti a far modificare la pista per renderla più sicura, e infatti oggi la gara è stata più regolare. È stata anche più bella da vedere, proprio per questo motivo, e mi auguro che in futuro lo snowboard cross venga promosso nel migliore dei modi, per quanto riguarda soprattutto la sicurezza della gara. Ieri purtroppo Omar [Visintin, NdR] ha pagato un errore di un altro, però la pista era veramente troppo pericolosa.

Qual è stata la modifica che avete ottenuto sulla pista?
Abbiamo fatto abbassare i salti finali, dove era caduto anche Michele Godino ieri, proprio per favorire la sicurezza.

Forse anche per questo due ragazze hanno scelto di non scendere?
Le due nostre ragazze non sono scese per infortuni pregressi e abbiamo preferito non rischiare: prima di tutto viene la salute dei nostri atleti. Lo snowboard non dev’essere considerato come uno sport da acrobatico o da scavezzacollo: è uno sport di atleti veri. Michela si è sacrificata, è un’atleta a 360°, ha dei livelli di forza che sono paragonabili alle atlete dello sci alpino e di qualsiasi altro sport che viene considerato “un po’ più serio”. Purtroppo, a livello italiano, c’è ancora poca cultura dello snowboard considerato come velocità, come “speed”, soprattutto per quello che riguarda le cosiddette riviste “freestyle”. Lo snowboard non è solo freestyle: è snowboard cross e discipline alpine, per quanto riguarda la cultura italiana. Noi siamo italiani, veniamo da un Paese alpino e abbiamo la tradizione in queste specialità. Stiamo lavorando tanto anche con il freestyle per cercare di portare una certa professionalità anche in quella parte dello snowboard, infatti siamo riusciti per la prima volta anche a qualificare in queste Olimpiadi Alberto Maffei, che gareggerà nel Big Air. Un grande lavoro è stato fatto anche nel parallelo, dove comunque storicamente avevamo vinto un argento con Thomas Prugger alle prime Olimpiadi dello snowboard nel ’98 e un bronzo con Lidia Trettel nel 2002 a Salt Lake City. Adesso finalmente abbiamo interrotto questo incantesimo che durava da sedici anni, e siamo riusciti a vincere l’oro.

Michela ha fatto tutte le run sempre in testa, con molta autorevolezza. Era programmato, visto l’incidente di Sochi?
Abbiamo lavorato tanto sulla partenza, poi questa era una partenza che si adattava abbastanza alle sue caratteristiche. Poi è logico, non siamo soltanto noi che lavoriamo su queste capacità. Ci sono atlete più leggere di lei che magari in partenza riescono a essere davanti: è successo che la Pereira, la ragazzina di sedici anni, fosse davanti. Però poi Michela, grazie alla potenza e alla forza che ha, è riuscita a passare davanti.

Quali sono le caratteristiche di Michela che nessun’altra ha?
Ora come ora Michela è la più forte di tutte. Fisicamente ha dei livelli di forza che non hanno nemmeno alcuni uomini, tant’è vero che in allenamento capita spesso che li batta.

È la Lindsey Vonn dello snowboard?
Sicuramente è un’atleta molto forte. Poi è giovanissima, quindi è anche una garanzia per il futuro. Dal mio punto di vista abbiamo fatto una scelta molto oculata prima dei giochi olimpici: molte atlete non hanno gareggiato nelle ultime competizioni della Coppa del Mondo, noi invece abbiamo voluto gareggiare. Il miglior allenamento è la gara. Questa si è dimostrata una scelta vincente, perché qui ha vinto davanti ad atlete come la Samkova e la Jacobellis, che non hanno fatto queste gare. Ora ci troviamo con la medaglia d’oro e con Michela in testa alla Coppa del Mondo con più di 1.000 punti di vantaggio sulla seconda.

Era la favorita e ha vinto: c’è anche una grande forza mentale.
Ha imparato a gestire tantissimo la pressione. Fino a due anni fa magari arrivava in gara molto tesa, capitava che piangesse dalla tensione. In questi giorni era sempre allegra, scherzava, rideva. Era uno spettacolo. Ed è proprio un piacere andare in giro con lei, perché ha imparato veramente a gestirsi. È un’atleta matura nonostante la sua giovane età, rappresenta un vero esempio per tutte le giovani generazioni.

Voi lavorate a Cervinia?
Noi lavoriamo come inizio allo Stelvio, che ci dà una disponibilità incredibile. È li che costruiamo la base. Poi andiamo a Cervinia quando lo Stelvio chiude. Cervinia è un po’ casa nostra, costruiamo quello che vogliamo: quest’anno abbiamo fatto due gare di coppa del mondo e le abbiamo vinte tutte e due. Indubbiamente la mia squadra di snowboard cross è quella in cui la federazione ha investito maggiormente, perché comunque come vedete la pista è lunga e abbiamo bisogno di tanti tecnici, ed è l’unica specialità in cui ci siamo presentati con quattro uomini e quattro donne. Abbiamo un livello molto alto in questa specialità. I costi sono simili a quelli della discesa libera.

Se dovessi lanciare un appello per avere altre ragazze, da dove le prenderesti? Dalle sprinter, da quelle che fanno atletica?
Non dobbiamo prenderle da altri sport. Serve più cultura sportiva, che è quello che stiamo cercando di dare adesso. Lo snowboard è uno sport accattivante che non ha problemi di reclutamento: i nostri snowboard club fanno una grandissima attività. A livello giovanile, in questo momento siamo in testa alla Coppa Europa con Daniele Bagozza con un margine talmente ampio che l’anno prossimo entrerà nella squadra di coppa del mondo. Per quanto riguarda snowboard cross e parallelo abbiamo un’ampia base che ci potrà permettere realmente di fare grandi risultati.

Perché nella cultura popolare lo snowboard si identifica con Shaun White, anche se fa tutta un’altra cosa?
Questa è cultura americana. E poi molte aziende hanno estremizzato l’immagine puntando sul freestyle e abbandonando quella che è la parte “speed”, quindi snowboard cross e parallelo. Non bisogna considerare lo snowboard uno sport estremo: è uno sport alla portata di tutti, chiunque lo può fare. Le aziende hanno commesso un grosso errore: la crisi del mercato dello snowboard è derivata proprio da questa estremizzazione. Noi come federazione invece abbiamo dato delle basi sportive alla parola “snowboard”: con l’allenamento e con i sacrifici portiamo avanti una cultura di club, di associazionismo sportivo e in questo modo siamo riusciti a creare una base ampia. Il freestyle, con la cultura delle cosiddette “crew”, non va da nessuna parte. Noi abbiamo una scuola tecnici federali che forma gli allenatori di snowboard, con persone qualificate professionalmente che sono in grado di fare soprattutto da educatori. È ora di finirla con il concetto per cui lo snowboard è uno sport da drogati o da sballoni. Assolutamente no. Lo snowboard è uno sport serio e professionale. Questo è quello che stiamo cercando di portare avanti. A me piange il cuore quando su certi giornali leggo “gli acrobati dello snowboard”. Non sono acrobati, sono atleti a tutti gli effetti. Non sono dei saltimbanchi, sono dei veri atleti.

Però qui avete dovuto far abbassare i salti…
Andiamo a parlare di nuovo della cultura americana. Qui la pista la costruiscono gli americani, che hanno una cultura diversa dalla nostra: gli americani estremizzano tutto, vogliono vedere il sangue. E ieri si è visto il sangue: ci sono stati undici infortuni su quaranta uomini. È una cosa vergognosa, gli americani si devono vergognare. La nostra cultura dello sport è una cultura alpina, europea: dobbiamo smettere di scimmiottare gli americani. E Michela è proprio un esempio. Il nostro concetto di snowboard è un concetto sportivo e la stessa cosa l’abbiamo portata a livello di freestyle, che ora finalmente sta ricominciando a crescere.

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Stefano Sfondrini
Radio per lavoro, ma non emetto sentenze. Bevo caffè senza zucchero perché ho capito che "amare significa poco dolci" [San Galli, protettore degli umoristi]

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