Le proverbiali organizzazione e maniacalità coreane vengono smascherata da una evidente impreparazione generale dei volontari.

Olimpiadi invernali 2018: l'impianto del biathlon ad Alpensia

Il biathlon center ad Alpensia (foto di Luca Lovelli per Azzurri di Gloria)

PYEONGCHANG 2018: UN’ORGANIZZAZIONE CON LUCI E OMBRE

“Annyeonghaseyo” e “gamsahamnida” sono le parole che più ho sentito pronunciare in questa mia finora breve avventura sudcoreana. Vocaboli complessi, che significano semplicemente “ciao” e “grazie”.

Se è vero che le parole sono importanti, un popolo che impiega così tanta fatica a pronunciarne due così semplici non può essere quindi facile da inquadrare.

I coreani hanno una fissazione maniacale per l’igiene, con tanto di istruzioni all’interno degli ascensori su come lavarsi le mani e come metterle davanti alla faccia quando si starnutisce. Nei ristoranti olimpici sei obbligato a spruzzarti un disinfettante prima di sederti, mentre nei media center non puoi usare i computer comuni a meno che non uccidi i tuoi batteri “sia prima che dopo l’utilizzo dello strumento”, come recitano i cartelli.

Ostentano una gentilezza quasi esagerata. Si nota che sono stati istruiti a dovere per l’accoglienza (o sono forse sempre così?).

Ma fin qui, nonostante queste eccezioni, tutto bene.

Il problema nasce dal momento in cui chiedi informazioni ai volontari locali.

La mia giornata è stata a dir poco campale. Parto con largo anticipo da Gangneung, la città costiera che ospita le competizioni al chiuso e molti di noi giornalisti, direzione Main Press Center di PyeongChang, il luogo di passaggio obbligatorio per prendere poi un nuovo mezzo che ti porta sulle piste degli sport della neve.

Da lì, l’Odissea. Chiedo informazioni a una decina di volontari su dove prendere il mezzo utile per raggiungere lo stadio del biathlon. Ricevo almeno 6 risposte diverse, tutte in un inglese stentatissimo. Nessuno è riuscito a rispondermi al primo colpo o senza tirare fuori manuali da consultare o walkie-talkie attraverso i quali chiedere suggerimenti ad altri colleghi altrettanto impreparati.

Risultato? Rimango un quarto d’ora ad aspettare un mezzo in una piazzola sbagliata. Chiedo poi altre informazioni e finisco a camminare su e giù lungo il marciapiede alla ricerca del bus giusto, ma niente da fare. Noto un giornalista inglese che chiede informazioni per raggiungere la Ice Arena di Gangneung a un gruppo di volontari. Mi faccio avanti e supero l’imbarazzo generale degli amici dagli occhi mandorla dando io le indicazioni corrette. Il mio problema, però, persiste.

A togliere le castagne dal fuoco, dopo oltre mezz’ora, ci pensa Andrea Facchinetti, addetto stampa FISI, che mi indica la retta via. Inutile dire che il bus fosse completamente da un’altra parte rispetto alle direttive precedenti.

Ma i problemi non sono finiti. Dopo dieci minuti arriviamo all’Alpensia Biathlon Center per assistere alla sprint femminile. Giro avanti e indietro per l’impianto, chiedendo se ci fosse un posto per noi giornalisti dove seguire la gara e, allo stesso tempo, scrivere. Dopo almeno dieci richieste ai volontari scopriamo che l’unico luogo adibito è un press center situato ben distante dalla pista, dove avremmo potuto vedere il tutto da uno schermo. Poi però ti accorgi che volare dall’altra parte del mondo per vedere le Olimpiadi e assistere alle competizioni da una tv, quando la neve si trova a 500 metri da te, non sarebbe una scelta molto coerente.

A quel punto io e altri giornalisti ci arrendiamo e ci dirigiamo verso la freddissima zona mista, con il vento in faccia e il gelo nelle ossa. Più volte ci viene negato l’accesso all’area per ragioni non ancora chiare, ovviamente senza poter spiegare le nostre intenzioni in inglese perché dall’altra parte c’era chi parlava solo la lingua locale.

Al quarto tentativo riusciamo a passare, potendo così iniziare il nostro (parziale) lavoro da bordo campo, senza tuttavia avere la possibilità di scrivere nulla perché privi di ogni punto d’appoggio per i nostri strumenti.

Insomma, non è tutto rose e fiori per una Corea del Sud che la sera stessa festeggia il primo oro della propria Olimpiade grazie a Lim Hyojun, vincitore dei 1500 metri maschili nello short track.

Allo stesso tempo, la Corea Unita perde 8-0 all’esordio contro la Svizzera nell’hockey su ghiaccio femminile. Chissà come si sente ora Kim ad aver preso otto metaforiche sberle da uno stato che non ha mai conosciuto la parola guerra.

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Luca Lovelli
Giornalista e conduttore televisivo. Fondatore e direttore responsabile di Azzurri di Gloria. Amo viaggiare, con la mente e con il corpo.

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