Basket. È scomparsa nella giornata di ieri la leggenda dello sport Kobe Bryant, cinque volte campione NBA e due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il viaggio, nel segno della palla a spicchi, da Reggio Emilia a Los Angeles, di uno dei cestiti più forti di sempre.

Kobe Bryant festeggia la vittoria del titolo NBA (fonte: pagina Facebook ufficiale NBA)

Basket: Kobe Bryant, un viaggio da Reggio Emilia a Los Angeles

Reggio Emilia. 1989. Un ragazzino di undici anni, statunitense, piange nello spogliatoio. Si è appena fatto male durante un allenamento. L’infortunio non è grave, ma è inconsolabile. A farlo soffrire non è il dolore, ma la convinzione che quanto accaduto quel giorno in Emilia, dove si trova insieme al padre Joe, cestista professionista in forza alla Reggiana, quarta esperienza in Italia dopo Rieti, Reggio Calabria e Pistoia, gli precluderà l’approdo in NBA.

Dopo un’infanzia nel Bel Paese, dai sei ai tredici anni, a sette anni di distanza da quel pianto, appena diciottenne indossa la maglia dei Los Angeles Lakers. La 8, che poi diverrà la 24. Dapprima campione in tandem con Shaquille O’Neal, in una grande classica del cinema hollywoodiano che vede nel ruolo di deuteragonista, tertium datur tra due rivali a tratti compagni di squadra, Phil Jackson, allenatore dei Chicago Bulls di quel Michael Jordan che tanto l’ha ossessionato nei primi anni nella lega. In seguito uomo solo al comando, autore nel gennaio del 2006 di ottantuno punti, seconda miglior singola prestazione realizzativa della storia NBA. E quindi di nuovo sul tetto del mondo, per due volte, nuovamente con Phil Jackson, ovviamente a Los Angeles. Cinque anelli, due medaglie d’oro alle Olimpiadi, una partita di commiato da sessanta punti che racchiude l’essenza d’una intera carriera, innumerevoli record e, soprattutto, una legacy destinata a non tramontare. 

«Crescere in Italia mi ha dato un incredibile vantaggio» dichiarò in un’intervista alla FIBA. «Non ho imparato come passarmi la palla sotto le gambe o dietro la schiena, ma la tattica. Cose come muovermi senza palla, fare passaggi semplici, usare la mano sinistra e quella destra. Come usare l’angolo per appoggiare la palla al tabellone, come muovermi sui blocchi: tutte queste cose. Quando sono tornato in America, gli altri ragazzi non sapevano come fare quelle cose».

Kobe Bryant nella squadra degli ‘Aquilotti’ delle Cantine Riunite Reggio Emilia (fonte: pagina Facebook ufficiale Pallacanestro Reggiana)

Una carriera, una vita, un’ossessione

Kobe Bean Bryant. Una carriera, o meglio una vita, da professionista, che è stata, nelle parole di Federico Buffa, «una lunga fase ossessiva» alla ricerca della perfezione. Ovvero l’unico modo che aveva, e che ha sempre avuto, sin da quando a quattro anni a San Diego entrava in campo in maglia Clippers imitando il padre che si preparava a disputare una partita, di stare al mondo. L’unico modo possibile di convivere con una passione, un amore che non ha mai smesso di accompagnarlo, anche una volta abbandonate le scene.

Per raccontare un atleta, una persona, come Kobe, le statistiche risultano sostanzialmente offensive. Ci si può forse sforzare, attraverso un procedimento induttivo, che comunque non può che risultare limitante e limitativo, di citare alcuni episodi. E uno, in particolare, è quello che lo vide protagonista con Metta World Peace (nato Ron Artest, cestista passato per l’Italia nel 2015, da Cantù, con il nome di The Panda’s Friend).

Artest un giorno decise, dopo esser arrivato a più riprese alle sedute di allenamento trovandovi un già ampiamente sudato Bryant, di precedere Kobe al palazzetto. Si accorse che un’ora d’anticipo non bastava. Due nemmeno. Tre neanche. Arrivato quattro ore prima della seduta di squadra, vedendolo nuovamente in palestra, Ron gli chiese se non dovesse portare le figlie a scuola. Kobe rispose di averle portate alle otto. Il compagno, allora, facendogli notare di averlo visto allenarsi almeno mezz’ora prima di quell’ora, si sentì rispondere che la sua domanda verteva sul fatto di aver o meno accompagnato le figlie a scuola, non sull’orario in cui aveva iniziato ad allenarsi.

“Quel bambino che, con le calze arrotolate…”

Kobe Bryant è scomparso ieri, all’età di quarantuno anni, in un incidente in elicottero in California, in cui hanno perso la vita altre otto persone. Tra queste la figlia Gianna Maria-Onore, con la quale condivideva l’amore per la pallacanestro (i due si stavano dirigendo ad un suo allenamento). Una delle quattro, insieme a Natalia Diamante, Bianka Bella e Capri Kobe, avute dalla moglie Vanessa. 

Il “Black Mamba” lascia un vuoto incolmabile nei cuori di tutti gli amanti dello sport. In particolare in quelli di tutte le persone, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne, più o meno adulti, che almeno una volta nella loro vita hanno preso in mano una palla a spicchi. E che, magari, mettendosi al gomito, spalle a canestro, facendo ruotare il piede perno e buttandosi indietro, hanno sperato di sentire il rumore della retina. Spesso invano.

Un protagonista del parquet. Una leggenda dello sport. Un americano cresciuto in Italia. Un cittadino del mondo che poteva fluentemente incoraggiare in italiano Sasha Vujačić, spronare in castigliano il little brother, parafrasando il tweet di cordoglio del catalano, Pau Gasol, e salutare la giovane promessa del basket NBA contemporaneo Luka Dončić, con suo sommo stupore, in sloveno. Un atleta controverso. Un esempio di totale devozione. Un frugoletto con la lucidità del professionista navigato. E un uomo che, nelle parole della sua lettera di congedo dall’amata pallacanestro, «non importa cosa succederà, sarò sempre quel bambino che, con le calze arrotolare, cestino nell’angolo, cinque secondi sul cronometro, palla in mano… Cinque… Quattro… Tre… Due… Uno…». 

Kobe Bryant con la maglia della Nazionale italiana di pallacanestro, donatagli dalla Federazione (fonte: pagina Facebook ufficiale ItalBasket)

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Niki Figus
Giornalista pubblicista. Naufrago del mare che sta tra il dire e il fare. Un libro, punk-rock, wrestling, carta e penna.

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