Ieri si è concluso il 2° Round Robin dell’America’s Cup di vela: andiamo a scoprire curiosità e risultati della massima competizione velica mondiale, che quest’anno non vede al via nessun team italiano.

La barca di Emirates Team New Zealand

AMERICA’S CUP: UNA COMPETIZIONE RICCA DI STORIE ITALIANE

In principio fu Azzurra, poi ne sono arrivate tante altre: non è stato facile per l’Italia inserirsi nel mondo ”anglofono” dell‘America’s Cup di vela, un mondo che fino agli anni ’90 non aveva mai visto una finalista proveniente da un paese non di madre lingua inglese. Nata come sfida tra l’America e i maestri della Gran Bretagna, l’America’s Cup ha visto per anni il totale dominio degli statunitensi che, dopo aver vinto la prima edizione con il New York Yacht Club (nel 1851, all’Isola di Wight), hanno tenuto con sè il trofeo fino al 1983, anno nel quale Australia II spezzò il dominio statunitense e fece sua la coppa: il 1983 è anche l’anno della prima apparizione italiana nel torneo, con quell’Azzurra che era nata come una sfida tutta tricolore, foraggiata dal denaro dello Yacht Club Costa Smeralda e dalla strana coppia formata dal principe Aga Khan e da Gianni Agnelli. Un sodalizio solido economicamente, in grado di costruire una barca veloce e affidata alle sapienti mani di Cino Ricci (molti di voi lo conosceranno più come commentatore negli anni Duemila, che come skipper), con Mauro Pelaschier (olimpionico nella classe Finn) come timoniere: è con Azzurra che l’Italia s’innamora dell’America’s Cup, e scopre un mondo bellissimo e bucolico. Oltre all’amore per questa competizione, arrivano anche i risultati: Azzurra arriva nelle semifinali della Louis Vuitton Cup (la coppa degli sfidanti che precede l’America’s Cup) e chiude al terzo posto, venendo scelta come Challenger of Record (lo sfidante ufficiale, quello con cui si definiscono le regole della nuova edizione) da Australia II per l’edizione del 1987. Un’edizione che vede la barca italiana (l’Italia sarà rappresentata anche da una seconda barca, chiamata ”Italia”) chiudere 11a su 13 e concludere la sua esperienza internazionale, ripresa parzialmente nel 2009 con l’obiettivo di partecipare a una Coppa America, quella del 2010, che di fatto non si è mai disputata (tu chiamala se vuoi sfiga): Azzurra lascia, ma non lascia l’Italia, che trova nel Moro di Venezia un sostituto di altissimo livello. La base di partenza è diversa, la Compagnia della Vela veneziana, il finanziatore Raul Gardini, il timoniere quel genio tattico di Paul Cayard, visto in seguito alla guida degli svedesi di Artemis: i risultati sono spettacolari, e rendono il 1992 un anno storico per la vela italiana. Il Moro di Venezia è l’evoluzione perfetta di Azzurra, si qualifica come terzo nel round robin e sbaraglia la concorrenza dei giapponesi di Nippon Challenge e dei francesi di Le Defi Français nelle semifinali della Louis Vuitton Cup: la finale è contro Team New Zealand, ancora agli albori del progetto Black Magic che spazzerà via la concorrenza nel 1995, e vede trionfare i ragazzi guidati da Paul Cayard, primi non anglofoni a vincere la Louis Vuitton Cup in 141 anni di storia. Il Moro fa la storia, ma poi perde 4-1 contro America e chiude la sua esperienza: per rivedere una barca italiana nell’America’s Cup, dovremo aspettare il 2009, e l’inizio dell’epopea di Luna Rossa.

Patrizio Bertelli a comandare la sfida, Francesco De Angelis come skipper e Torben Grael a guidare l’equipaggio: è un progetto ambizioso, quello foraggiato da Prada come sponsor, che porta subito risultati. Luna Rossa domina il round robin e si difende nelle semifinali, arrivando alla finale della Louis Vuitton Cup contro AmericaOne di Paul Cayard (il destino): dalla parte degli azzurri ci sono anche i tifosi neozelandesi, che si appassionano alle gesta di una barca soprannominata ”silver bullet” e tifano per gli italiani, che vincono la Coppa con un 5-4 thrilling e vanno a sfidare New Zealand. I neozelandesi, guidati da Russell Coutts, sono però troppo veloci, e l’entusiasmo italiano viene spento con un secco 5-0: il progetto però è ormai lanciato, e allora ecco la nuova partecipazione nel 2003, che vede Luna Rossa (Challenger of Record) mancare la finale della Louis Vuitton Cup vinta da Alinghi (che poi farà suo il trofeo). Bertelli decide di cambiare skipper, ingaggiando Spithill, e si ripresenta al via nel 2007, dove troviamo un altro team italiano: Mascalzone Latino, sfida romana, si affianca a Luna Rossa ed esce nel round robin (5° posto), mentre la barca guidata da Spithill arriva fino alla finale della LVC, persa 5-0 contro New Zealand, che poi perderà dagli svizzeri. È una coppa che segna la fine di un’era, dato che Oracle e Alinghi litigano sulle regole dell’edizione successiva e decidono di sfidarsi in due regate per dirimere la questione: questa insolita America’s Cup vede trionfare gli statunitensi di Russell Coutts, e dà il via all’era dei catamarani, nella quale Mascalzone Latino dovrebbe essere Challenger of Record in virtù del suo supporto a Oracle. Il secondo sodalizio italiano però si ritira, mentre Luna Rossa, guidata da Max Sirena come skipper, esce nella finale della Louis Vuitton Cup contro New Zealand (che poi perderà 9-8 da Oracle) e si ritira definitivamente dalla competizione.

AMERICA’S CUP 2017: NEW ZEALAND VELOCISSIMA, ARTEMIS SORPRENDE ORACLE NEI ROUND ROBIN. E ORA LE SEMIFINALI

Ancora una volta i catamarani, seppur in versione più ridotta: è un’America’s Cup insolita, quella alla quale stiamo assistendo. Insolita innanzitutto dalla location, quelle Bermuda (chissà se vicino al famoso triangolo) che alternano giornate di vento fortissimo ad altre senza vento (due giorni di regate sono ”slittati”), ma non solo: troviamo al via un numero di partecipanti molto ridotto, con 6 equipaggi al via (compresa Oracle) e nessuna barca italiana, e poi ci sono le novità tecnologiche. E quando si parla di novità tecnologiche, dobbiamo citare Team New Zealand: i neozelandesi, che hanno promesso di riportare l’America’s Cup alle antiche barche qualora dovessero sconfiggere Oracle, hanno apportato un significativo cambiamento nella gestione dell’equipaggio, coi grinder che non azionano più il movimento con le mani, ma coi piedi, a mò di autentici ciclisti (e infatti, in barca troviamo ex pedalatore). Una soluzione che ha portato i suoi frutti all’equipaggio che vede al suo interno gli italiani Max Sirena e Gilberto Nobili (come grinder), che ha disputato un ottimo Round Robin iniziale: al termine del primo ”blocco” di gare, infatti, i neozelandesi erano a quota 4 punti, a una lunghezza da Oracle (che aveva un punto derivante dalle World Series), sconfitta a sorpresa dal sempre agguerrito equipaggio di Artemis Racing (nel quale il secondo timoniere è Francesco Bruni, l’uomo che poteva guidare la nuova Azzurra). E il secondo round robin ha viaggiato sugli stessi binari del primo, con New Zealand velocissima e Oracle sconfitta ancora da Artemis: suscita perplessità la scelta degli americani di gareggiare nel round robin (non era mai successo, il detentore entrava in gara solo nella finale), ma tant’è, e così Oracle si assicura un vantaggio psicologico su New Zealand in extremis. L’ultima regata, che metteva di fronte proprio Oracle e New Zealand poco dopo il sorpasso degli sfidanti nella generale, ha infatti visto vincere gli americani, che infliggono un danno ai rivali: vincendo la classifica del round robin, infatti, New Zealand sarebbe partita con un punto di vantaggio nell’eventuale finale dell’America’s Cup, e invece questo non accadrà.

La classifica finale dei round robin vede Oracle prima con 9 punti, davanti a Team New Zealand (8), Land Rover BAR (6, con due punti di bonus dalle World Series), Artemis Racing (5) e Team Japan (3): ultimo Groupama Team France con due miseri punti, che costano l’eliminazione ai francesi. E così, ora è tutto pronto per le semifinali, che inizieranno già nella serata odierna. New Zealand, come prima delle sfidanti nella classifica, ha avuto la possibilità di scegliere lo sfidante nelle semifinali della Louis Vuitton Cup, e ha optato per Land Rover BAR, l’equipaggio britannico guidato dal maestro della vela Ben Ainslie: una scelta tattica, dato che i neozelandesi hanno battuto la prossima avversaria in tutte le regate del round robin, doppiandola in un’occasione. Dall’altra parte, invece, avremo la sfida inedita tra Artemis Racing e Team Japan, con gli svedesi favoriti: tutto sembra portare alla finale della LVC tra New Zealand e Artemis, ma nulla va dato per scontato nell’America’s Cup. E intanto Oracle attende la sua sfidante nell’America’s Cup con la sicumera di chi è convinto di poter vincere contro ogni avversaria e mantenere il trofeo nella ”vela dei catamarani”.

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Marco Corradi
30 anni, un tesserino da pubblicista e una laurea specialistica in Lettere Moderne. Il calcio è la mia malattia, gli altri sport una passione che ho deciso di coltivare diventando uno degli Azzurri di Gloria. Attualmente collaboro anche con AgentiAnonimi.com, sito partner di Eurosport Italia

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